“Disputa tra Giuseppe Maria 4° marchese di Pietracatella e l’Universita omonima (1729-1737).

 

Nel luglio del 1728 era stato costituito il Tribunale speciale per accogliere, vagliare e comporre le lagnanze delle Università del Regno.

Nel dicembre dello stesso anno fu anche istituita la Giunta del Buongoverno e ordinato ai Sindaci di denunciare e beni, le rendite burgensatiche, le tasse di buonatenenza etc. per esaminare la legittimità dei pagamenti e vietare i possibili abusi dei feudatari.

L’Università di Pietracatella con atto del 29 maggio 1729 dichiarò che:

-“Non esigeva cosa alcuna di catasto o collette da forastieri non essendovi beni di quelli” e pagava al Barone all’anno ducati 1086 e grana 18 e ¼, dei quali 668 ducati e 18 e ¼  grana per pesi fiscali e il rimanente per interessi. In seguito alla richiesta di una documentazione più dettagliata, l’Università presentò il riepilogo delle somme corrisposte al Marchese:

-Per pesi fiscali                                                 ducati        668.00

-per la Regia corte                                                            1342.18

-per “creditori istrumentari” con assenso                          63.00

-per “creditori istrumentari” senza assenso                     243.00

-per la camera riservata                                                     100.00

-per la Portolania, Zecca, Bagliva e Piazza                        105.00

-per la Colta di S. Pietro                                                        36.30

-per le carceri civili ed affitti di botteghe                               8.00

-per non dare il Camerlengo                                                 70.00

-perché “il molinaro tenga il bottino tondo intorno           10.00

   alla macina”                               Totale                           2745.48

Il 12 novembre 1731 per iniziativa di alcuni cittadini fu presentato un reclamo col quale si chiese che:

-Fossero ridotti a 897 e tarì 3 i 1000 ducati pagati ogni anno alla Camera baronale, e precisamente 668 ducati per diritti fiscali e 229 ducati e 3 tarì per diritti feudali

-fosse liquidata la Buonatenenza secondo il libretto del regio Patrimonio

-l’Università fosse reintegrata nel possesso della Portolania, Zecca, Bagliva e Piazza e il Barone tenuto a rimborsare quanto da lei ingiustamente pagato anche per quanto riguarda il Camerlengo

-si fossero vietati gli abusi commessi dal Marchese e dalla sua corte. Ad esempio “le donne di Biagio d’Angelo Pasquale furono nude nate, frustate a sangue, innanzi alla Corte, e le due più belle furono tenute carcerate per saziare la libidine del signor Marchese e suoi famigli”.

Il 29 novembre 1731 per atto notaio Pietro Falcone di S. Elia il sindaco Andrea Billarella, i governanti ed alcuni cittadini si schierarono in favore del Marchese, affermando che era loro pervenuta notizia che Biase D’Angiolo Pascale e Vincenzo Massa “uomini inquieti e di torbido cervello” erano comparsi davanti alla Regia Giunta di Napoli ed esposto “supposti gravami che si pretendono dallo Eccellentissimo Marchese inferirsi a questa Università” spinti a ciò “solo per soddisfare alla loro passione e col danno r detrimento di altri cittadini contentare la propria ambizione”. Invece essi “Governanti e cittadini … ben contenti e soddisfatti della condotta e buon trattamento che han ricevuto e ricevono da esso predetto signor Marchese” erano contrari a tale ricorso e nel caso che essi “Biase Pascale e Vincenzo Massa volessero intraprendere alcun litigio con detto signor Marchese, perché forse essi ne vivono di quello mal contenti e soddisfatti, il tutto vada a loro carico ed interesse”.

Proclamarono inoltre la loro volontà di restare sempre in pace col Marchese e, in caso di contrasti, di arrivare ad un accordo nominando un giudice per parte.

Per tutta risposta con un atto pubblico del notaio Vincenzo Massa di Pietracatella dell’8 dicembre 1731 “Mastro Giovanni … ed altri hanno asserito come … Biase d’Angelo Pascale … uomo timorato di Dio e zelante della patria e del bene pubblico come anche altri suoi collegati, non menzelanti d’alleviare e diminuire tanti pesi esorbitanti et usurpationi et indebite vessazioni in cui trovasi la povera, anzi destrutta Università di Pietracatella, con essersi portati in Napoli e fatto ricorso all’Ecc. Vicerè e poi in Regia Giunta a loro proprie spese e col rischio della vita, tanto vero che corre già voce pubblica che il Marchese … va insidiando la vita col tramargli la morte ,,, ed avendo li sopra nominati Mastro Giovanni e gli altri … inteso che l’anzidetto Marchese tirava gente che con minaccie chi con lusinghe … per far pubblico atto per frastornare l’ottimo proponimento e risoluzione fatta da Biase d’Angelo Pascale e suoi collegati e perché le genti che tirava detto Barone erano suoi aderenti familiari, stando quasi tutti al di lui servizio ed a lui soggetti, gli faceva asserire che l’Università non poteva proseguire la lite intentata in Regia Giunta … ma che era meglio far compromesso … perché il fine e l’intenzione dello illustre Marchese era serrare la bocca dei poveri pupilli oppressi … li prenomati con cinquantao sissanta … si portarono nella casa del Sindaco e del supposto Cancelliero (si dice supposto perché non fu eluso e confirmato in pubblico consiglio) … a ciò si facesse consiglio e pubblico parlamento … per proseguire ciò che si è portato nella sopraddetta Giunta, il che inteso dal Sindaco e dal supposto Cancelliero, , perché creature del detto Marchese, invece d’acconsentire gli risposero ributtandoli via, con tutto ciò si portarono nel luogo solito a congregarsi … dove v’intervennero anche le donne e i fanciulli per il sopradetto fine, né però si vide nessuno delli Officiali del governo …; che perciò si sono protestati avanti di Noi in nome e per parte di tutti gli altri cittadini contro l’Officiali di detta terra”.

Il popolo di Pietracatella era quindi diviso in due parti: una capitanata dal notaio Vincenzo Massa che voleva porre fine a tutti gli abusi baronali e un’altra capitanata dalle autorità locali che desiderava vivere in pace e non esporsi alle vendette della casa baronale.

Con atto del 15 dicembre 1731 il Sindaco e i governanti attestarono che “… questa Università di Pietracatella da tempo immemorabile e che non vi è memoria d’huomo ha pagato alli Predecessori padroni e al presente paga all’odierno Eccellentissimo Marchese annui ducati 60 per il jus che hanno conceduto a cittadini e particolari della rinomata terra di pascere, tagliare, acquare e legnare nel bosco della Difesa detto la Selvotta”.

Tale atto esasperò ancora di più la popolazione e Biase d’Angelo Pascale, Giovan Lucio Mattia, Giovanni Leonardo d’Onofrio, Berardino Berardinelli, Pietro Pasquale e Francesco d’Elia, per atto notar Vincenzo Massa presentarono alla Giunta il 17 dicembre dello stesso anno una denuncia con i seguenti capi d’accusa (Bondini, op. cit. pgg. 35, 36, 37):

-l’Università di Pietracatella più miserabile, anzi destrutta, perché più defraudata delle altre, poiché oltre di essere stata spogliata di tutti gli jussi e corpi d’entrate di molto rimarco, paga indebitamente in ogni anno al Barone di detta terra, ducati 415 sotto vari pretesti e colori …;

-circa poi le buonatenenze, il Barone paga solo ducati 27, quando secondo gli altri cittadini non gli basterebbero ducati 500. Il tutto perché l’elezione del Governo per la prepotenza che tiene, la fa sempre cadere in persona di uomini suoi aderenti, e poco timorosi di Dio, quali per li loro fini privati fanno a gara a farsi merito con la robba dei pupilli presso detto Barone; … i Cancellieri si restringono a due … sopra i quali va sempre a cadere questo ufficio; poi li sindaci sono ignoranti e plebei … il Sindaco … e il … Cancelliere in quest’anno, per farsi entrare maggior merito, gli han donato, contro voglia dei cittadini, tomolo 100 di grano … Poi vi sono le Chiese, chi scoverte, chi cadenti, e chi è caduta e fra l’altro nella Chiesa Matrice non si possono alzare le campane …;

-detto Barone è molto singolare nel malo esempio, e specialmente col bestiemmare i Santi senze lasciare la S.S. Vergine né la S.S. Triade che per rispetto non si esprimono le parole che farebbero inorridire le pietre e per maggiormente ingrossarsi commette delle usure

-gli anni passati fece a richiesta di una sua concubina dar la frusta ad una donna gravida di otto mesi, moglie di sartore, ad modus belli e senza causa …

-infine gli abitanti di Pietracatella … vengono da ogni via maltrattati e defraudati e specialmente i poveri plebei che non potendo più resistere a tante tirannie, chi sen fugge ad un paese e chi ad un altro … Pertanto supplichiamo … ordinare la mutazione del Governo in persona di uomini timorosi di Dio e non aderenti al detto Barone … che almeno il Capo Sindaco debba essere letterato … ordinare al Governo che costituisca avvocato e procuratore in Napoli, acciò la povera Università sia sgravata da tanti pesi soverchi e gli sia restituito quel che indebitamente gli sia stato tolto …”

A sua volta il Marchese presentò un’istanza in data 22 gennaio 1732 chiedendo che venisse respinta “… l’istanza fiscale, fatta ad istanza di detti cittadini di doversi ridurre li pattuiti annui ducati mille ed ottantatrè ad annui ducati 897 e tarì 3, cioè ducati 668 per fiscali e ducati 229 e tarì 3 per jussi feudali. E che veniva con ciò ad esigere assai meno di quello giustamente dovuto dalla detta Università; pochè oltre di detta somma, dovrebbe esigere annui ducati 138,50 al cinque per cento, per l’interesse di due capitoli, uno di ducati 1700 e l’altro di ducati 1070, in unum ducati 2770, ambedue roborati di regio assenso; di più altri annui ducati 27, portati meno nel suddetto Stato di Tappia, per la colta di S. Pierto, quale importa annui ducati 63 e tarì 3 giusta li rilievi antichi e moderni e in detto Stato per sbaglio si portava per annui ducati 36. Ed inoltre altri annui ducati 60 che detta Università li deve, per lo permesso datoli di pascere, legnare, acquare e ghiandare nella parte feudale detta la Selvotta, del feudo del Pescarello, sito in territorio di detta terra. E che quando si stimasse non dover detto Signor Marchese esigere detti annui docati 60 per detto jus di pascere, legnare, acquare e ghiandare in detta Sevotta, si cantentava servirsi della sua ragione, con proibire ai contadini il pascere, legnare, acquare e ghiandare in quella. Perciò stante le suddette cose, fece istanza non essere detto Signor Marchese, molestato per detta pretenzione di due cittadini malcontenti, discoli e torbidi. E per giustificare detti due crediti, in unim di ducati 2770 e loro annui ducati 138 e tarì 3, fu presentata copia d’istrumento stipulato per Notaio G. Battista Jaforillo della terra di Celenza il 20 settembre 1649, pel quale detta Università si obbligò a pagare al quondam Signor D. Diego Francesco Ceva Grimaldi olim Marchese di detta terra, come erede delli quondam D. Giovan Francesco Ceva Grimaldi e D. Vittoria del Balzo, olim marchesi di Pietracatella, suoi genitori, annui ducati cento e diecinove per capitale di ducati 1700, oltre al pagamento d’altri annui ducati 74 peraltro capitale di ducati 1070, dipendenti detti due crediti da altri istromenti, in quello enunciati, e tutti roborati di regio assenso. E per giustificare la quantità di detta Colta di S. Pietro, corpo feudale, fu presentata fede delli rilevii, fatta dall’attuario Felice d’Ajello, dalla quale apparisce che nella significatoria spedita il 24 maggio 1682 contro il signor Don Giuseppe Ceva Grimaldi fu marchese di Pietracatella, per lo rilievo debito alla Regia corte, per morte del Signor Marchese D. Diego Francesco, suo padre, seguita a 20 agosto 1678, per le entrate feudali di detta terra e dell’altra terra della Matrice, si porta, fra li corpi denunciati e liquidati in detto rilievo, sotto rubrica di detta terra di Pietracatella, la detta Colta di S. Pietro per ducati 63 e tarì 3. Et il simile da altra fede presentata del rilievo pagato per parte di detto quondam D. Diego Francesco per morte di D. Giovan Francesco suo padre, seguita a 6 ottobre 1618. Come pure, per giustificare il pagamento di detti annui ducati 60, per lo permesso di pascere, legnare, acquare e ghiandare in detta Selvotta, fu presentato un pubblico attestato fatto da Sindaco, eletti e cittadini particolari di detta terra, rogato per mano del notaro Pietro Falcone di S. Elia” (Notaio P. Falcone di S. Elia 15 settembre 1737).

Subito iniziò la causa che fu trattata davanti al Commissario, il Regio Consigliere Antonio Maiocco che il 26 gennaio 1732 ordinò al Governo della Università di convocare pubblico parlamento, senza l’intervento del cancelliere “come sospetto” ma con quello del magistrato della corte locale, per udire liberamente i cittadini sui capi di accusa nei confronti del marchese.

Il decurionato si oppose e allora i cittadini senza l’intervento dei Governanti e della Corte il 10 febbraio si riunirono in pubblico parlamento e deliberarono di chiedere alla regia giusta che:

-il pagamento dei fiscali al Marchese fosse diminuito di 415 ducati perché non dovuti;

-il Marchese fosse obbligato a pagare per i beni burgensatici ducati 500 e non 27 e non potesse più esigere al “fida e diffida dei forastieri nelli beni demaniali dell’Università” così come i 35 carlini per ogni baglivo Giurato;

-l’Università fosse reintegrata nel possesso dei beni demaniali usurpati dal Marchese e nel diritto di far costruire il campanile della Chiesa Matrice;

-i cittadini potessero costruire il forno in casa e “far taverna” senza essere costretti a servirsi del forno e della taverna del Marchese;

-il Cancelliere e le persone del Governo fossero sospesi il primo perché “sospetto” e gli altri “eletti a petizione del detto Signor Marchese” senza l’intervento dei cittadini.

Il Marchese si oppose a tale delibera e chiese che fossero confermati il Governo e il Cancelliere e puniti Biase d’Angel Pasquale ed il notaio don Vincenzo Massa e gli altri cittadini tumultuanti.

Il 22 febbraio 1732 “furono esiliati, previe pene corporali pure estese su tutta la loro famiglia o parentela i detti do Biase d’Angelo Pasuale ed il notaio don Vincenzo Massa. Furono tenuti in carica il Sindaco, eletti e Cancelliere” (Bondini, op. cit. pg. 39).

Il 29 dello stesso mese i cittadini rinnovarono le loro istanze e il loro procuratore chiese che il Marchese fosse obbligato a pagare la buonatenenza sia per il passato che per l’avvenire, a restituire quanto indebitamente da lui riscosso per la zecca, bagliva e portolaia e che non potesse più pretendere: i 64 ducati per la Sevotta in quanto terreno demaniale; i 63 ducati per la Colta di S. Pietro trattandosi di donazione abolita, i 70 ducati per il Camerlengo, non prestando l’opera a favora dell’Università; i 10 ducati per il buttino del molino, avendo sempre l’Università provveduto a proprie spese alla sua manutenzione; i 6 ducati per la Mastrodattia, in quanto soppressa colla “detta istanza fiscale”; i 21 ducati per i baglivi giurati perché senza causa.

Chiese inoltre che al marchese fosse proibito di dare in pascolo a forestieri i territori demaniali e che al di lui fratello, Don Diego, in quanto domiciliato a Pietracatella, fosse ingiusto il pagamento di pesi e collette su quanto da lui posseduto nel territorio.

A sua volta il Marchese replicò che:

-i 64 ducati per la zecca di pesi e misure gli erano dovuti perché compresi nella giurisdizione feudale come da antichi atti d’investitura”;

-era “soddisfattissimo” se l’Università non voleva corrispondere i 60 ducati per la Sevotta, parte del bosco feudale de Pescariello, perché “magior utile avrebbe ricavato dall’unire alla difesa di detto bosco, la detta parte del medesimo, chiamata la Sevotta”;

-i 63 ducati per la Colta di S. Pietro gli erano dovuti in quanto compresi tra i pesi dell’Università annessi negli stati del Tappia;

-i 70 ducati per il Camerlengo, i 10 per il buttino del molino e gli 8 per le carceri civili e affitti di botteghe gli spettavano a norma delle concessioni feudali e relative leggi, come del resto i 6 ducati per la Mastrodattia;

-“per i ducati 21 l’anno che si esiggono da detto Signor Marchese da Baglivi giurati, l’Università sia obbligata di dare al Barone in ogni anno, sei persone, che in alcuni giorni stabiliti della settimana dovessero andare ad inquirere unitamente col Capo Baglivo, se nelle difese et altri luochi chiusi baronali vi siano animali di cittadini, e negl’aperti, animali de forastieri non fidati, dannificanti. E per esimersi detti sei Baglivi dal suddetto obbligo, si pagano li suddetti annui ducati 21, restando a peso del Barone, di deputare col suo maggio dispendio altre persone, e guardiani a tal effetto. Onde anche per questa prestazione, la quale non è peso della Università, qual’ora li Particolari volessero servire di persona, detto Signor Marchese non esigerebbe detti annui ducati 21. E che tale servitù personale s’ingiunge una sola volta in vita, e non tutte le sorti di persone, ma alli soli ammogliati di detta terra, secondo l’anzianità del loro matrimonio. In oltre circa la domanda, ordinarsi, che si astenghi dal fidare animali de forastieri nel demanio dell’Università, come che tutto il Territorio della terra è demaniale del Feudo, fece istanza che detta Università avesse dichiarato quale sia il sito demaniale; perché giustificandolo non pretendeva detto Signor Marchese potervi fidare. Il vero però era che nel cennato stato del Tappia non si leggeva nepur un palmo di territorio, appartenente a detta Università” (Falcone P. op.cit.).

Il 15 aprile 1732 la Regia Giunta, in attesa dei provvedimenti definitivi ordinò che l’Università continuasse a pagare al Marchese i 668 ducati e 8 grana per i fiscali e all’anno 70 ducati per il Camerlengo, 63 per la Colta di S. Pietro, 10 per il buttino del Molino, 8 per le carceri e 138 per gli interessi sui capitali, detratti però 39 ducati e 3 e 1/3 tarì, secondo la forma dei decreti della Regia Camera. Stabilì inoltre che l’Università non dovesse pagare per la zecca e gli usi civici sulle Sevotta e che il Marchese le rimborsasse 516 ducati per arretrati di buonatenenza.

Questo decreto fu accettato dal procuratore dell’Università mentre il Marchese presentò ricorso.

La Regia Camera della Sommaria respinse la richieste del Marchese e confermò il decreto della Giunta.

Dopo altri litigi le parti arrivarono ad una transazione composta da 18 articoli:

1-Le parti si impegnano a por fine ai contrasti e a rispettare l’accordo in tutte le sue parti.

2-La somma di 1083, 18 che l’Università doveva pagare al Marchese ogni anno venne ridotta a 1000 ducati. Tale somma doveva essere corrisposta alla fine del mese di agosto, con una dilazione di due mesi “affinchè la medesima Università avesse tempo congruo per vendere le vettovaglie a miglior conditione”. L’Università inoltre rinunciava ai 30 ducati annuali della buonatenenza come corrispettivo degli interessi sui 1000 ducati per le eventuali more.

3-L’Univeristà doveva continuare a pagare al Mastrodatti 6 ducati all’anno.

4-L’Università era tenuta a dare “sei Baglivi giurati, acciò in alcuni giorni stabiliti della settimana, debbiano andare ad inquirere unitamente al Capo Baglivo, se nelle Difese, et altri luochi chiusi baronali vi siano animali di cittadini, e negli aperti, animali di forastieri, dannificanti, non fidati, li quali sei Baglivi giurati volendo transiggere col loro Capo Baglivo, detto loro servizio personale, in pecunia, resta ad arbitrio dei medesimi Baglivi; senza che l’Università suddetta sia tenuta a cosa alcuna.

5-La Portolaia, Zecca di pesi e misure restano di esclusivo vantaggio del Marchese.

6-Le tenute Profica e Bosco erano corpi feudali.

7-Nel rimanente territorio compreso nel “Ristretto di detta terra che è stato posseduto e che attualmente si possiede dal detto Signor Marchese, dall’Università, particolari cittadini e luoghi pii” era consentito al Signor Marchese di esercitare “il jus della fida, nella forma solita, cioè di potervi fidare bovi aratori forestieri, in tempo di semina tantum, e le pecore et altri animali, che nell’andare e ritornare dalla Puglia passavano per detti territori e per il tratturo di detta terra di Pietracatella … Et a rispetto dei territori tanto demaniali del feudo, quanto padronali de Particolari cittadini, luochi pii e dell’Università, e luochi di detto Signor Marchese, si avesse dovuto stare, secondo anticamente si è stato, senza innovazione alcuna: per anche circa l’uso di acquare, pascere e legnare per tutto il tenimento di loro giurisdizione”.

8-Andavano compresi nei ducati 516,15 i ducati 30 della buonatenenza per i crediti.

9-Il forno e la taverna rimanevano diritto della casa marchesale.

10-L’Università si contentava di avere dal Marchese 27 ducati per la buonatenenza dei fondi burgensatici.

11-Diego Ceva Grimaldi, fratello del Marchese non era tenuto a nessun pagamento poiché “non possiede né tiene in detta terra industrie di sorte alcuna”.

12-La differenza tra i 1083 ducati e 18 grana che l’Università aveva pagato nel passato al Marchese e i 1000 ducati che doveva pagare per il futuro, differenza calcolata in 83, 18 ducati, era così suddivisa: 14 ducati e 3 tarì sulla tassa della zecca pari a 64 ducati e 4 tarì; 40 ducati sopra i 60 del pascolo Selvotta, e gli altri 28 ducati e 2 tarì sui 138 ducati e 2 tarì, interessi sui capitali.

13 e 14-Riguardavano il pagamento degli interessi.

15-Il Marchese si impegnava a non pretendere il regalo di 15 ducati in occasione del Natale e della Pasqua.

16-“Che a rispetto del jus alla detta Università di pascere, legnare, acquare e ghiandare nella parte del bosco feudale, detta La Selvotta, s’intendesse e fusse alla medesima conceduto, siccome per lo passato l’ave tenuto e goduto: come parimenti di fare nel bosco, detto Lo Pescariello, travi, travicelle, tavole, et ogn’altro bisognevole per edifici e legne morte, per uso necessario proprio delli cittadini di detta terra, servata per la forma dello antico solito, eccetto però per le dette legne morte, per le quali non se li deve richiesta alcuna e non altrimenti, né d’altro modo”.

17-L’Università era libera di fare il Campanile in detta Chiesa Madre, nel luoco e sito dove prima stava e di quella maniera et altezza, che bisognava farsi. Et alzare le campane che attualmente si ritruavano fatte”.

Questa transazione fu proposta in pubblico parlamento il 2 ottobre del 1735 e approvata all’unanimità tanto che fu deciso di mandarla in esecuzione. Il 14 dello stesso mese venne richiesto il decreto di expedit e il 22 dicembre la Regal Camera di S. Chiara decretò che “Regia Camera Summaria provideat de decreto di expedit, ut provideri possit de assensu”.

Il 28 settembre del 1736 il Curatore dell’Università presentò istanza nella quale “….… non impediva, che si fusse interposto il suddetto decreto di expedit su detta convenzione; con l’infrascritte deduzioni, limitazioni, e riserve dal detto Eccellentissimo Signor Marchese, a richiesta di esso Curatore, accettate; …”.

Le modifiche riguardavano i seguenti articoli:

2-L’Univeristà doveva corrispondere al Marchese all’anno non 1000 ma 974 ducati e 2.10 tarì.

4-L’Università era tenuta a dare i sei Baglivi “ma che però la detta ricerca e assistenza debbano farla solamente in tre giorni della settimana ed essere obbligati ad andare soltanto due dei medesimi vicendevolmente in ciascun giorno”.

9-Si conferma la proibizione “delle forna a cittadini anche per proprio uso”:

10-L’Università non poteva pretendere “magior bonatenenza dell’accordati annui ducati 27; debba intendersi per quel che presentemente possiede dello Signor Marchese, soggetto a tal pagamento; ma che aumentandosi, a proporzione dell’accrescimento, debba parimenti aumentarsi la bonatenenza”.

16-Per quanto riguarda gli usi civici nella Selvotta e nel bosco del Pescariello “che s’abbia a praticare non solamente il solito, et accostumato; ma ben anche l’accordo coll’anzidette Capitolazioni, all’Università e cittadini; tutto che pratticato e accostumato non si fusse”.

Il 28 gennaio 1737 la Regia Camera della Sommaria concesse il decreto di expedit e il 16 febbraio fu dato dalla Real Camera di S. Chiara il regio assenso.