L’OTTOCENTO

Le origini     Documenti     Bibliografia     Albero genealogico     Galleria fotografica         

 

 

 

 GIUSEPPE (8/9/1777 – 21/5/1862)

Sesto o settimo Marchese di Pietracatella, nato a Napoli l’8 settembre 1777, dopo la prima educazione in famiglia impartitagli da un abate fiorentino, entrò nel 1786 nel Convitto dei padri del Calasanzio che, dopo l’espulsione dei Gesuiti, avevano sede a Napoli nel locale del Salvatore.

 In questo convitto dove era educata la maggior parte della gioventù aristocratica del Regno delle Due Sicilie, per cui era detto “dei nobili”, approfondì lo studio dell’italiano, latino e greco “al punto da essere tenuto per uno dei primi e più volenterosi allievi” (E. Panareo: Introduzione a “Itinerario da Napoli a Lecce” di Giuseppe Ceva Grimaldi, Editore Capone, Lecce pg. 26).

Rientrato dal Convitto non ancora ventenne, dopo gli avvenimenti politici del 1799, fu chiamato a far parte della Commissione che doveva riordinare la pubblica istruzione del Regno.

Pervenuto alla maggiore età, perduto il padre, si dedicò alla cura del patrimonio gravato di oltre 250 mila ducati di passivo e gli restituì l’antico splendore grazie ad una oculata gestione.

Sposò Marianna Cavalcanti, duchessa di Cuccari, che gli diede due figlie, Maria e Rachele. La Marchesa morì venticinquenne nel 1809. Chiuse le figlie in un Educandato,

Fu nominato dal Medici, presidente del Consiglio, intendente dell’Abruzzo aquilano, ufficio che svolse con zelo e competenza, trovando anche il tempo di far riaprire l’antica Accademia Aternina dei Velati di cui divenne vicecustode col nome di Eumelio Ficino.

Nel marzo del 1817 ebbe l’intendenza di Basilicata ma nell’ottobre fu nominato con uguale incarico in terra d’Otranto dove “inaugurava la sua amministrazione, descrivendo un viaggio da Napoli a Lecce il quale … si rende interessante … per le notizie che egli dà di ciascuna città e borgata di quella Provincia” (C. Neri: Giuseppe Ceva Grimaldi, marchese di Pietracatella. Napoli, 1879 pg. 11).

Qualche mese prima, precisamente nel febbraio, aveva pubblicato un opuscolo “Riflessioni sulla polizia” in cui aveva trattato i compiti e l’organizzazione della polizia.

In tale opuscolo, dopo aver denunziato i danni della Rivoluzione Francese, affermava che un abile servizio di informazioni poteva favorire la prevenzione dei delitti.

Verso le classi pericolose (vagabondi, mendicanti, detentori d’armi, etc.) riteneva necessario adottare misure repressive, colpendo i potenziali delinquenti, dopo aver offerto loro la possibilità di un lavoro onesto.

A tal proposito auspicava la formazione di un piano di lavori pubblici in cui impiegare tutti i disoccupati con un salario inferiore di un quarto a quello corrente.

In Terra d’Otranto sostituiva Domenico Acclavio che era rimasto coinvolto nei violenti contrasti tra i carbanari per i quali simpatizzava e la setta reazionaria dei Calderari.

La situzione divenne tanto grave da rendere necessario l’intervento dell’esercito al comando del generale R. Church il quale propose l’arresto dei capi degli opposti partiti entrando in conflitto con Giuseppe che si era schierato apertamente ci Calderari poiché temeva la diffusione della carboneria.

Il governo appoggiò il primo, e il secondo, rimasto in una posizione falsa, curò col solito zelo ma con scarso successo l’amministrazione della provincia.

Richiamato a Napoli, nel 1820 fu nominato Soprintendente Generale degli Archivi del Regno, dando nuovo e più razionale ordinamento alla struttura archivistica che divenne strumento di informazione e di elaborazione di cultura.

Nel 1821 entrò a far parte della Consulta di Stato che, avendo adattato il Codice napoleonico al Regno di Napoli, doveva affrontare tutta una serie di questioni giuridiche e politiche.

Nel marzo del 1826 ricevette l’incarico di recarsi in Terra d’Otranto, turbata dalle faziose persecuzioni antiliberali dell’intendente Cito, ed in Terra di Bari, Capitanata e Principato con funzioni ispettive.

In una serie di relazioni, pur riconoscendo l’esistenza di una sorda opposizione, ridimensionò l’importanza delle società segrete e mise in evidenza il malessere delle popolazioni a causa della miseria dei contadini e delle imposte che gravano pesantemente sulle classi operaie (P. Palumbo, “Risorgimento salentino” Lecce, Centro di studi salentini, 1968. pgg. 399 – 408).

Francesco 1 e il ministro Medici apprezzarono a tal punto la sua saggezza politica da promuoverlo nel novembre dello stesso anno Ministro Segretario di Stato senza portafoglio.

Alla morte di Francesco 1, Ferdinando 11, appena salito al trono, lo chiamò a Portici e gli affidò il Ministero dell’Interno, commissionandogli il proclama per l’ascensione al trono e l’atto d’indulto a favore dei condannati politici del 18 dicembre.

In tali decreti che si trovano nella “Collezione delle Leggi del Regno delle Due Sicilie”, il termine “sudditi” era opportunamente sostituito da quello di “nostri amatissimi popoli”.

In qualità di Ministro dell’Interno dimezzò la tassa sul macinato, istituì i monti frumentari che tentavano di dare un colpo mortale all’usura frequente nelle contrattazione dei frumenti necessari alla semina, diminuì il peso dei dazi di consumo gravanti particolarmente sulle classi popolari.

I risultati ottenuti furono esposti nel “ Giornale del Regno delle Due Sicilie” (10 marzo e 28 maggio 1831) come prova dell’efficace interessamento del re per le necessità del paese.

Conservatore illuminato, anche se non intendeva favorire mutamenti politici e sociali, auspicava però zelo e competenza nei ministri e funzionari statali.

Così nel campo della Pubblica Istruzione fece assegnare la cattedra di filosafia al Barone Pasquale Galluppi, quella di diritto e procedura penale a Nicola Nicolini, quella di medicina pratica a Vincenzo Lanza, quella di fisiologia a Gaetano Lucarelli. Tutte queste cattedre non furono date per concorso, in quanto riteneva che all’insegnamento universitario si dovesse accedere solo per opere insigni.

S’impegnò anche nella realizzazione di importanti opere pubbliche come il ponte in ferro sul Calore e alcune strade pubbliche nelle Calabrie, negli Abruzzi e nelle Puglie.

Particolare interesse mostrò per le carceri che spesso visitava come del resto l’Albergo dei poveri, l’Ospedale degli incurabili, la Casa dei trovatelli ed il Merotrofio di Aversa per controllarne di persona la gestione.

Nel marzo del 1831 morì anche la seconda moglie Adelaide Martini, sposata il 27 ottobre 1829, dalla quale aveva avuto un maschio, Francesco.

Questa nuova perdita e l’impegno con cui adempiva i compiti di ministro ne fiaccarono la fibra tanto che, avendo manifestato sintomi di tisi, si ritirò per un lungo periodo di riposo a Pozzuoli dove compose due poemetti: “L’eremita della Valle” e “Viaggio al Fucino” dedicato a Raffaele Petra, marchese di Caccavone.

Costretto alle dimissioni alla fine del 1831, fu nominato da Ferdinando 11 ministro senza portafoglio e Presidente della Consulta (Decreti del 25 dicembre 1831), incarico quest’ultimo che gli consentì di mettere in luce la sua preparazione giuridica e la sua esperienza amministrativa.

Nell’agosto del 1834, dopo un viaggio in Sicilia, denunciò il grave malcontento dell’isola e si dichiarò favorevole alla concessione di una certa autonomia.

In questi anni scrisse e fece pubblicare alcune importanti opere di Economia Sociale: nel 1836 nelle “Considerazioni sulla conversione delle pubbliche rendite” combattè la conversione forzosa della rendita a interesse più basso; nel 1837 nelle “Considerazioni sul dazio d’introduzione dei libri stranieri nel Regno” si dichiarò favorevole alla diminuzione del dazio che proteggeva eccessivamente le tipografie indigene senza riuscire ad ostacolare la diffusione dei libri pericolosi, contro i quali doveva agire la censura; nel 1839 nelle “Considerazioni sulle opere pubbliche della Sicilia di qua del Faro dei Normanni sino ai nostri tempi” espose le leggi che regolavano il settore dei lavori pubblici con un’ampia appendice di documenti ricchi di dati statistici; ancora nel 1839 nelle “Considerazioni sulla riforma dei pesi e delle misure nel Regno delle Due Sicilie al di qua del Faro” pur riconoscendo l’utilità di un sistema unico per tutto il Mezzogiorno, giudicava controproducente una disposizione legislativa e consigliava la diffusione de pesi e misure della capitale con una paziente opera di persuasione da parte delle autorità (A. Scirocco, Ceva Grimaldi Pisanelli Giuseppe in “Dizionario Biografico degli Italiani” vol. XX1V, 1980).

Fu tra gli oppositori della riforma della pubblica istruzione proposta nel 1838 da G. M. Mazzetti.

In uno studio del novembre 1842 (A. Zazo “L’istruzione pubblica e privata nel napoletano, 1767 – 1860”, Città di Castello 1927, pgg. 301 – 305) sostenne che le leggi esistenti erano buone ma male applicate.

In caso di riforma propose che fosse affidato alle comunità ecclesiastiche non solo l’insegnamento religioso ma anche la direzione e l’insegnamento in tutti i collegi del Regno.

Fino al 1847 anno in cui apparvero in due volumi le sue opere complete, pubblicò alcune memorie accademiche tra cui “!Del lavoro degli artigiani” letto alla Società Reale di Napoli nel 1845 e dalla stessa società inserito nei suoi atti. In tale scritto sinceramente preoccupato per le condizioni degli operai abbandonati all’arbitrio dei padroni dopo l’abolizione delle corporazioni medievali che ne tutelavano gli interessi, auspicava la costituzione di associazioni di mutuo soccorso per la soluzione delle controversie di lavoro e l’assistenza ai soci e ai familiari.

“Altre memorie egli leggeva del pari nella Società Reale della quale era socio ordinario” (C. Neri, op. cit. pg. 26).

Tra queste ricordiamo lo “Elogio di Francesco Ricciardi, conte di Camaldoli” già presidente dell’Accademia delle Scienze e lo “Elogio di Teodoro Monticelli” accademico della Società Reale e suo grande amico.

Dopo la morte del duca di Gualtieri, nel gennaio del 1840 assunse la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri.

In quell’anno ci fu un contrasto con l’Inghilterra: nel 1838 il governo napoletano aveva concesso ad una compagnia francese il monopolio del commercio dello zolfo siciliano provocando le proteste dei negozianti inglesi. L’Inghilterra aveva allora chiesto l’annullamento del contratto e, non avendolo ottenuto per vie diplomatiche, nell’aprile del 1840 aveva catturato alcune navi mercantili napoletane.

Dopo aver tentato di resistere, il governo Borbonico fu costretto a subire le imposizioni inglesi: scioglimento del contratto e risarcimento dei sudditi inglesi.

Giuseppe, da favorevole all’accordo all’inizio del 1840, appoggiò però il re nel proposito di resistere alla prepotenza dell’intervento armato, ma in seguito Ferdinando 11 preferì cedere (V. Giura “La questione degli zolfi siciliani 1838 – 1841”, Geneve, 1973).

Intransigente si mostrò anche nel 1844 in occasione dell’arresto dei fratelli Bandiera, per i quali sostenne la necessità della condanna a morte. In effetti, consapevole del fermento esistente nel Regno aggravato dalla carestia del 1843 – 1844, temeva lo scoppio di una rivoluzione e perciò propugnava una politica di prevenzione e repressione.

Ferdinando 11 condivideva tale indirizzo che però non era ben visto dal duca di Montebello, ambasciatore francese a Napoli, il quale in un rapporto al Giuzot del 1844 scriveva “(Il Ceva Grimaldi) integro in un paese dove tale virtù è così rara … ha abilmente esplicato la sua posizione di Presidente del Consiglio per tenersi in una sfera superiore a quella dei suoi colleghi, per restare estraneo ai loro intrighi ed esercitare su di essi una specie di controllo, avendo cura … di far comprendere al re la convinzione del suo spirito onesto e disinteressato” (M. H. Weil “Le condizioni del Regno di Napoli nell’autunno del 1843 e dopo la fucilazione dei fratelli Bandiera” in “Archivio storico per le province napoletane” XLV11, 1922 pgg. 365 – 388).

Conservatore intelligente, sostenitore della punizione degli elemento sovversivi, seguiva però attentamente l’evoluzione del pensiero moderato in Italia.

Nel 1845 intervenne perchè al Savagnoli, emigrato politico in Toscana, fosse permesso partecipare al Congresso degli Scienziati a Napoli, partecipazione vietata per ragioni politiche dal Ministro di Polizia.

Dopo l’elezione al pontificato di Pio 1X, si rese conto che il clima politico stava cambiando e avanzò proposte per la concessione di riforme modeste ma tali da porre un freno alle istanze dei liberali: miglioramento della amministrazione dello Stato, autonomia effettiva degli enti locali, limitata libertà di stampa, autonomia della Sicilia “… proprio perché avverso ai regimi costituzionali, riteneva necessario fare qualche sacrificio alla pubblica opinione e cercare di rafforzare il regime assoluto ottenendogli l’adesione della media borghesia” (A. Scirocco, op. cit. pg. 333).

Mentre Ferdinando 11 esitava, il popolo assunse l’iniziativa e, sotto l’incalzare della rivoluzione, il re decise di dare la costituzione.

Nella notte tra il 27 e il 28 gennaio il Marchese di Pietracatella rassegnò le dimissioni nelle mani del re e si ritirò a vita privata dedicandosi agli studi prediletti, confortato dalla presenza della terza moglie, Isabella Neri, sposata il 31 maggio 1834.

Anche se durante l’assolutismo si tenne lontano dalla politica, non venne meno alle sue antiche convinzioni.

Infatti, come Presidente dell’Accademia delle Scienze non volle firmare una istanza al re per l’abrogazione della Costituzione, convinto che non fosse degno di un sovrano il ritiro di una concessione liberamente fatta.

Morì a Napoli il 21 maggio 1862.

Il Neri così lo descrive “Fu il Marchese  di Pietracatella di alta e robusta persona, di sembianze dignitose ma non altere; aveva occhi vivi e lampeggianti di genio e di ingegno. Fu sempre modesto … amorevole con tutti … Protesse in ogni opera i letterati e quanti si faceano apportatori di sapienza e civiltà … Amò sempre buoni studi … ma soprattutto la Storia … Amò più che mai ed innanzi tutto il suo paese … devoto alla Dinastia e soprammodo amò le classi povere, che anteponeva sempre ne’ suoi provvedimenti di Stato. Infatti, avendolo un giorno re Ferdinando, quasi in modo di celia, chiamato Tributo della plebe, facendosi serio, rispondeva: <<Sire, nei Governi rappresentativi è il Ministero che difende la Corona nel Parlamento, ma ne’ Governi assoluti il Ministero rappresenta il Popolo innanzi al Trono>>” (C. Neri, op. cit. pg. 35).

Fu amico di molti esponenti della cultura napoletana del suo tempo: Monsignor Rosini, il Conte di Camaldoli, il Barone Daniele Winspeare, Teodoro Monticelli, celebre scienziato brindisino che gli dedicò “Difesa della Città e del porto di Brindisi”, Antonio Ranieri che nell’elogio della sorella Paolina parla della loro amicizia.

In cordiali rapporti col Principe di Metternich, col Conte di Nesselrode, Col Duca di Blacas e col Guizot, quando Nicola 1 di Russia andò a Napoli nel dicembre del 1845, fu il solo, dopo il re e i principi reali, ad essere decorato del Gran Cordone di S. Andrea, primo ordine di quell’impero.

Gentiluomo di Camera e Gran Cordone dell’Ordine di S. Ferdinandi, di S. Gennaro e della Legion di Onore, fu insignito della Gran Croce di Francesco 1.

Membro della Società Reale nella sezione delle Scienze morali di cui fu presidente nel biennio 1845 – 1846, divenne anche socio non residente dell’Istituto di Francia nel 1846.

Quando nel 1861, Francesco de Sanctis, Ministra dell’Istruzione, incaricato della ricomposizione della disciolta Società Reale di Napoli, chiese ad Angelo Camillo de Meis “… i nomi di quegli accademici che meriterebbero di essere esclusi sia per irregolarità di nomina sia per non, aver lavorato …”, il de Meis, in risposta, propose per la riconferma il Marchese di Pietracatella (B. Croce “Francesco de Sanctis e lo scioglimento e la ricomposizione della Società Reale di Napoli nel 1860” in “Aneddoti di varia letteratura” 111, Napoli, Riccardo Ricciardi Editore  MCMXL11 pgg. 244 – 261).

Figura di prestigio sia sotto il profilo politico-amministrativo che sotto quello intellettuale, legittimista fermo ma conservatore illuminato ebbe una visione provvidenzialistica e paternalistica del potere politico, per lui acquisito per intervento divino più che per concorso di circostanze storiche e tenuto ad impegnarsi per il soddisfacimento dei bisogni dei sudditi.

Grazie alle diverse esperienze nel campo della pubblica amministrazione, potè rendersi conto della situazione delle popolazioni di buona parte del Regno e,quando giunse ad incarichi politici di altissima responsabilità, si adoperò per saldare il paese reale a quello legale attraverso un’attenta politica d’interventi a favore delle classi povere.

Il Settembrini lo definì “Uomo di mani nette … amico della tirannide più che del tiranno” ( L. Settembrini “Una protesta del popolo del Regno delle Due Sicilie”, Napoli, Vito Morano Editore, s. a. pg. 18).

Con questo giudizio ne voleva mettere in evidenza “lo spirito teorico che al contatto con i tiranni, quelli veri ond’erano doviziosi la corte e il governo di Napoli, vacillava” (E. Panareo, op. cit. pg. XL11).

Perciò nella prassi politica cercò di operare bene, convinto che solo una corretta gestione della cosa pubblica ad opera di personale onesto e zelante avrebbe potuto salvare la monarchia.

 

FRANCESCO (13/2/1831 – 21/11/1899)

Settimo o ottavo Marchese di Pietracatella, Marchese di Montorio e Duca delle Pesche, nacque il 13 febbraio 1831 e gli furono imposti i nomi di Francesco, Maria, Giuseppe, Raffaele.

Fu dichiarato dal padre il giorno successive alle ore 20 dinanzi al cavaliere Raffaele Caracciolo di Castellucci, ufficiale delo stato civile del quartiere Stella del Comune di Napoli.

Sposò Costanza Statella dei principi di Cassaro.

Senza figli, vendette tutti i beni che aveva a Montorio a Marcello, figlio del cugino Francesco per atto Domenico di Sansi di Pozzuoli del 26 novembre 1875.

La cessione e compravendita fu fissata in Lit. 30.000 per gli immobili e Lit. 30.300 per canoni, terraggi e altre prestazioni e venne trascritta alla Conservatoria dei beni immobiliari di Campobasso il 10 dicembre 1875.

Con regio decreto del 15 maggio 1876 fu nominato Senatore del Regno per la categoria 21nesima ed iscritto nei registri della Segreteria del Senato al numero 634.

Tutti i beni di Pietracatella furono da lui venduti al conte Guglielmo de La Feld per notaio Giacomo di Lustro di Napoli del 14 giugno 1880. Morì a Roma il 21 novembre 1899.

La sua salma riposa a Napoli nella cappella di famiglia – nel quadro dei nobili – accanto a quella del padre e la lapide porta la seguente iscrizione:

“Francesco Ceva Grimaldi, marchese di Pietracatella, duca delle Pesche che, educato ai sensi di antica virtù, fu buono schietto benefico. Assunto ai più alti uffici di Stato, ne resse con intelletto le sorti. Logorato da implacabile morbo, ne sopportò cristianamente lo strazio. La vedova Costanza Statella di Cossano a memoria in lacrime pose”.

Negli “Atti parlamentari” è conservato il discorso commemorativo fatto dal Presidente Giuseppe Saracco:

“Signori Senatori!

Sono spiacente di dover annunziare al Senato, che oggi moriva in Roma il marchese Pietracatella (Ceva-Grimaldi) Francesco, nato a Napoli il dì 13 febbraio 1831. Egli era collega nostro, fino dal 15 maggio 1876, e soleva frequentare con qualche diligenza le nostre adunanze.

Nato dalle più antiche e cospicue famiglie del patriziato napoletano, appartenne dalla prima età giovanile al partito liberale, e però andò soggetto alle cosuete persecuzioni poliziesche di quel tempo.

Ma rimasto fermo nelle sue convinzioni, godè in Napoli molta e meritata popolarità, dovuta altresì all’uso abbondante che fece in vita delle sostanze avite.

Dio lo avrà accolto pietosamente nel suo seno.

Senato del Regno, “Atti parlamentari. Discussioni”, 21 novembre 1899”.

In vita sembra essere stato un tipo particolare, amante delle donne e del gioco.

Almeno così lo presentava mio padre, il quale ricordava che un vecchio contadino di Montorio ne parlava, a lui adolescente, come di un uomo generoso ma bizzarro che sperperava al lotto “molti biglietti da mille” e che una volta, avendo chiesto al cocchiere di seguire una carrozza in cui aveva intravisto una bella donna, non appena si era accorto che si trattava della moglie, aveva ordinato di cambiare strada urlando che non sopportava nemmeno la vista di quel “fiore puzzolente”.

Sarà vero? Non so: questo era il racconto di mio padre.

 MARCELLO (18/11/1851 – 7/1/1913)

Essendo morto Francesco senza figli, la famiglia Ceva Grimaldi fu rappresentata nella linea secondogenita da Marcello, figlio di Francesco, a sua volta figlio di Marcello, figlio secondogenito di Francesco Maria e fratello di Giuseppe.

Nato il 18 novembre 1851, sposò l’8 ottobre 1876 Cristina dei marchesi Tupputi.

Come già annotato comprò dallo zio Francesco le terre e gli immobili che questi possedeva a Montorio.

Assieme ai fratelli Luigi e Filippo comprò poi sempre a Montorio per atto notaio Silverio Pappalardo di Napoli del 5 dicembre 1882 altri terreni ed immobili tra cui il palazzo di via Garibaldi.

I beni acquistati furono poi divisi tra i fratelli come atto del 15 febbraio 1889 redatto dal notaio Alfonso De Lucia di Napoli.

Con decreto del 24 marzo 1901 ottenne i titoli di nobile patrizio genovese, marchese, nobile dei marchesi di Pietracatella e Montorio, dei duchi delle Pesche e di Macchia, Gambatesa e Venifro.

Morì senza testamento il 7 gennaio 1913 alla Villa Belvedere al Vomero dove era domiciliato probabilmente per diabete mal curato.

Cristina, dama di corte della regina Margherita, morì invece il 27 marzo 1929 in via S. Rosa n. 121.

Per testamento redatto dal notaio Claudio Romito di Pomigliano d’Arco il 25 marzo 1929 lasciò la disponibile al figlio Francesco e la legittima ai figli Francesco, Luigi e Ottavio.

Lasciò inoltre:

-a Ottavio e Luigi, in parti uguali, titoli per un valore complessivo di Lire 30.200

-a Luigi il breloque d’argento con due medagline una d’oro e una d’argento

-a Ottavio un crocifisso d’oro

-al nipote Marcello, figlio di Francesco, un anellino piccolo d’oro e titoli per il valore di Lire 800

-alle nuore Bianca, moglie di Francesco, ed Ermelinda Tupputi, moglie di Ottavio, le due corone sui libri di preghiere

-alla signora Teresita Barbone un ventaglio rosa e le due due cifre staccate da altri libri

-alla cameriera Vincenzina Lire 500 ed un anellino con perla falsa

-alla vedova del colono Nicola Spina Lire 500 e il diritto di restare nella casa di Montorio da lei occupata

-a Francesco l’anello grande appartenuto al di lei padre

-ai figli l’anello con tre solitari di brillanti, uno a testa

-alla colona Adelina e al marito il diritto di abitare nella casa di Montorio da loro occupata, vita natural durante, nonché Lire 500

-alla portiera della casa di via S. Rosa Lire 500

Impegnava inoltre il figlio Francesco ad aiutare il fratello Luigi che aveva fatto un matrimonio a lei non gradito.

Aveva infatti sposato la figlia del cocchiere e Cristina non aveva mai voluto ricevere in casa né la nuora né i figli che da quel matrimonio erano nati.

 

FRANCESCO (3/10/1877 – 15/10/1937)

Primogenito di Marcello, nacque a Napoli il 3 ottobre 1877.

Colonnello dei bersaglieri, dalla madre ereditò a Montorio i seguenti beni:

-Fondo rustico Tratturo in contrada Sapestra di h. 3,70 del valore di Lire 3.000

-fondo rustico denominato Ginestrone a seminatorio di h. 22,57,00 del valore di Lire 36.000

-fondo rustico Tratturo in contrada Sapestre e Macchia seminatorio di h. 1.23,49 del valore di Lire 1.000

-vigneto e oliveto in contrada Vallo con annesso boschetto di h. 1,23,46 del valore di Lire 4.000

-seminatorio denominato Brecciara di h. 3,70 del valore di Lire 5.000

- 5 vani del primo piano dell’immobile ad angolo tra via Muro Rotto e piazza Umberto 1 più 4 vani prospicienti la piazza e 8 vani al secondo piano per un valore di Lire 46.678

-canone a carico dei fratelli De Michele sul fondo Ginestrone e Brecciara di Lire annue 43.69

il tutto per un valore di Lire 96.666.

Il fratello Ottavio gli cedette la sua quota che comprendeva un fondo rustico in contrada Margine a seminatorio di h. 6,666,19 e un grande vano terraneo verso la via Muro Rotto e due vani al primo piano: valore Lire 13.667.

Francesco sposò Bianca Parlato il 25 marzo 1914.

Il ricevimento si tenne al Grand Hotel Victoria di Napoli e il menù, rigorosamente in francese, prevedeva: “Consommé Riche froid en tasse; Coeur de filet mignon à la Maitre d’Hotel; Artichants à la Lyonnaise; Poulardes de Bresse en casserole; Salade de Saison; Bombe Grand Hotel Victoria; Gateau Marguerite; Dessert; Moka; Vins: Chablis – Chianti vieux – Moet e Chandon – Wite Star sec – Grandes Liqueurs”.

Un menù che la dice lunga sullo stile di vita di una coppia certo abituata ad un tenore di vita alquanto elevato.

Francesco, rappresentante di un casato tanto illustre e che tanto aveva fatto parlare di sé ma fatalmente avviata al declino, Bianca, appartenente ad una ricca famiglia di commercianti che l’avevano fatta studiare in uno dei collegi più prestigiosi di Firenze non erano forse una coppia bene assortita.

Si trattò probabilmente di un matrimonio combinato: per il patrimonio di Francesco era una boccata di ossigeno la ricca dote della moglie; per Bianca, menomata ad una mano che in seguito ad un incidente era rimasta rattrappita, la possibilità di entrare a far parte di una famiglia nobile.

Dell’incidente occorso a Bianca in famiglia circolavano varie voci: secondo alcune era la conseguenza di un tentato suicidio per un amore non corrisposto o non gradito in famiglia; secondo altre di un’ustione con del brodo bollente.

Era certo una bella donna: una fotografia la ritrae altera ed elegante nel suo vestito all’ultima moda.

Anche Francesco era un uomo dotato di fascino: di lui so molto poco: solo due episodi raccontati da mio padre.

Il primo si riferisce ad un pranzo con la futura moglie e i di lei fratelli in cui osò mangiare “una banana come se fosse una fetta di pane” suscitando lo scandalo generale; il secondo ad un momento dell’infanzia di mio padre il quale, giocando a pallone in casa, centrò in pieno la testa del nonno che andò a finire nel piatto di minestra che stava mangiando.

Morì il 15 ottobre 1937 di cancro.