IL  SEICENTO

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DIEGO FRANCESCO (20/11/1596 – 20/8/1678)

 

Secondo marchese di Pietracatella, successe al padre perché premorto il primogenito. Vendette Campodipietra a donna Claudia Carafa, figlia del conte di Montecalvo e vedova di Fabio Carafa, duca di Campolieto, per la somma di 16.000 ducati “… pro se, heredibus e successoribus e colla giurisdizione di prime e seconde cause civili, criminali e miste, Bagliva, Portolonia, Zecca e Colta di Santa Maria” (Rossi F. op. cit. pg. 40 e 41). Il regio assenso a tale vendita fu registrato il 7 giugno 1630.

Vendette inoltre alla famiglia de Riso il feudo di Carpinone (Perrell: Effemeride della provincia di Molise, Isernia, 1890). Il 20 settembre 1649 rinnovò le cautele dei crediti nei confronti dell’Università, secondo gli strumenti rogati dal notaio Gian Battista Iaforillo di Celenza e, l’Università nel riconoscere il debito si impegnò a pagare un interesse pari a 193 ducati all’anno.

Prima del matrimonio con Teresa Ramirez Montalvo ebbe

-Francesco Antonio nato il 13 dicembre 1618 e indicato nel vol.11 dei nati a pag.3 come”filium legittimum ac naturalem illustrissimi marchiones et eig uxoris”.Chi fosse la madre non è chiaro dal momento che Teresa Ramirez sposò Diego Francesco nel 1623. Francesco Antonio fu prete in Pietracatella. Infatti in occasione del battesimo da lui somministrato ad un suo pronipote il 16 luglio 1702 (Vol. 1V dei nati, pg. 112), viene denominato “Ill. D. Antonio Ceva Grimaldi, sacerdote di Pietracatella e patrizio napoletano”. Di lui fa menzione il cardinale Orsini quando in occasione della sua prima visita alla chiesa di S. Nicola, nel “Registro dei decreti delle 16 visite del cardinale Orsini” a pg. 8 decreta “Si prega la pietà del sig. D. Antonio Ceva Grimaldi che procuri col suo zelo e colla sua autorità che si trovino due o più oblatori che dotino e rifacciano detti due altari (Altare Maggiore e del S.S. Crocifisso). Esortiamo l’arciprete al mantenimento dei tetti di questa chiesa”. Lo stesso aveva avuto da Antonia Massa un figlio naturale, Nicolò Angelo nato il 27 giugno 1675.

-Giuseppe Francesco Maria nato il 21 gennaio 1623 (vol 11 dei nati pag.95) e morto prima del 1678 viene indicato invece come “naturaliter”.

Da Teresa Ramirez ebbe i seguenti figli nati tutti a Pietracatella come i precedenti (Vol 11 dei n.pgg.127,132,149 e vol.111 pgg.7,33,52 ) :

-Giovanni Francesco Maria nato il 26 dicembre 1625, frate, baccalarius ordinario dell’ordine dei Predicatori, lector del collegio di S. Tommaso d’Aquino come viene denominato in occasione del battesimo da lui somministrato ad un nipote il 7 febbraio 1673 (Vol. 111 dei nati, pg. 1)

-Angela nata il 22 settembre 1627

-Giuseppe Francesco nato il 2 dicembre 1631 e morto il 16 settembre 1707

-Carlo Francesco nato il 27 aprile 1635

-Andrea Francesco nato il 13 ottobre 1637

-Emanuele Francesco nato l’11 maggio 1642.

Sposo’ in seconde nozze ( questo matrimonio e’ indicato solo dal di Vita) Settimia Grimaldi da cui ebbe:

-Nicolò nato il 4 aprile 1646 a Pietracatella, prete e poi cardinale. Infatti il Guarnaccio nel testo “Vitae et res gestae pontificum romanorum et cardinalium “ Roma, 1751, scrive: “Nicolaus Grimaldus genuensis in regno tamen neapolitano natus est, atque in castro della Pietra, quod est feudum suae praeclarae familiae, ex Francisco Grimaldi et Septimia ibidem Grimaldi ortum duxit die 4 februarii anno 1646 …” Dal Cardella (Cardella L. “Memorie storiche dei cardinali della santa romana chiesa”. Tomo V11, Roma, 1794) apprendiamo che Nicola, compiuto con successo il corso degli studi, si trasferì a Roma e papa Innocenzo X1 gli affidò il governo di alcune città della Chiesa. Innocenzo X11 lo nominò segretario della Congregazione della immunità e poi di quella dei vescovi regolari. Clemente X1 lo creò cardinale diacono di S. Maria e poi legato di Bologna. Morì il 25 ottobre 1717 e il suo cadavere fu tumulato nella chiesa dei Cappuccini in Roma (via Veneto), dove si trova presso l’ingresso dietro la bussola.

La lapide di marmo bianco e di forma ovale posta sul pavimento, reca in lettere di bronzo la seguente iscrizione “D.O.M. Ossa Nicolai Grimaldi patritii genuensis S.R.E. presbiteri cardinalis filii Francisci et Septimiae marchionum Petrae obiit. Novemb. MDCCXV11. AETAT LXX11.

Sposò in terze nozze Beatrice Sanseverino vedova del duca di Fragneto da cui ebbe:

-Tommaso Francesco nato il 25 dicembre 1656 a Pietracatella (Vol. 111 dei nati pg. 95), prete secondo quanto sostiene il Di Confuorto a pg. 165 op. cit. Nell’inventario delle Cappelle del 1711 in merito alla ubicazione di una casa di proprietà dello Spedale si legge “sita nel luogo detto Palazzo di D. Tomaso Grimaldi”.

 

GIUSEPPE (3/12/1631 – 16/9/1707)

Successe al padre, anche se quartogenito, in quanto il primogenito e il terzogenito si erano fatti preti mentre il secondogenito era premorto.

Sposò Giulia Montalto, figlia di Ludovico duca di Fragneto e Beatrice Sanseverino, da cui nacquero, tutti a Pietracatella, quattro figli (Vol. 111 dei nati pgg. 161, 166, 181 e Vol. 1V pg. 3):

-Teresa nata il 5 marzo 1669 le cui nozze con Tiberio Brancaccio furono celebrate a Pietracatella nell’Oratorio privato del palazzo marchesale il 5 giugno 1689 (Vol. 1 dei matrimoni)

-Anna Beatrice detta Maria Rosa dal de Angelis, nata il 21 giugno 1670, monaca in S. Francesco

-Giovan Francesco nato il 17 gennaio 1673 e morto il 2 marzo 1707

-Ludovico Maria nato il 15 settembre 1675 cavaliere gerosolimitano. Alla morte del fratello Giovan Francesco fu nominato balio e tutore dei nipoti minorenni “Giuseppe e Diego”. Inoltre nel testamento del padre stipulato dal notaio Francesco Colombo di Bonefro, fu da lui incaricato di provvedere alla sepoltura del corpo che per due anni doveva essere posto nella Chiesa di S. Nicola a Pietracatella e poi trasferito nella chiesa dei SS. Severino e Sossio in Napoli, dove si trovava la cappella gentilizia, notizia questa contenuta in un atto del notaio Antonio Mucci di Pietracatella in data 26 settembre 1707. Da Rosa Vitale di Napoli ebbe una figlia, Emanuela Maria nata l’8 marzo 1715 a Pietracatella.

Non si sa quando Ludovico morì, certo nel 1741 era già morto. Infatti in un atto del notaio Pietro Falcone di S. Elia dell’aprile 1741, riportante le volontà testamentarie si Sinforosa Mastrogiudice, vedova del Fratello Giovan Francesco si fa cenno ad una donazione alla “Signora D. Emanuela Ceva Grimaldi figlia del fu fra Ludovico Ceva Grimaldi”. Tale donazione prevedeva 400 ducati in contanti, una casa di più membri inferiori e superiori a Bonefro in località detta La Speziaria, un letto composto di due materassi di lana, quattro cuscini, quattro lenzuola, due coperte una di panno verde e l’altra ricamata secondo l’uso del paese con la metà della biancheria “di essa signora marchesa e cioè delle sole camicie, mantesini, secondo quanto appare nell’inventario stilato dal notaio Carlo Antonio Cefaretti di Campodipietra, maccatori di uso giornaliero, tutte le vesti di detta signora marchesa, tali quali si trovano nel tempo della sua morte …”.

Tale donazione viene confermata in atto del notaio Colombo Andrea di Bonefro, che in data 8 aprile 1742, riporta l’accettazione di Emanuela.

Giuseppe acquistò Gambatesa che, dopo la morte di Maria Vincenza de Regina, unica erede di Giulio Cesare de Regina, era stata esposta all’asta. Ciò appare nella sentenza della Commissione feudale dove si legge “… nel 1698 si fece l’apprezzo dell’ex feudo di Gambatesa dal Tavolario Giuseppe Pascarandolo, secondo il quale apprezzo ne fece poi la compra il marchese Giuseppe Ceva Grimaldi” (Atti demaniali Gambatesa, busta N. 1,fasc. N. 3). A tal proposito nell’atto del notaio P. Falcone già citato, si legge “… quattromila e cinquecento in tanti ducati e monete d’argento in più volte dal Signor Marchese di Montorio fu padre di essa signora marchesa dati e consegnati al defunto suo marito D. Francesco Ceva Grimaldi extra dotalmente, li medesimi impiegati nella compra che allora si fece della terra di Gambatesa, come apparisce dall’ultimo testamento del predetto don Francesco fu suo marito …”.

 Egli acquistò anche Macchia Valfortore che, devoluta al demanio nel 1701 fu esposta in vendita secondo l’apprezzo fatto dal Tavolario Giuseppe Galluccio (Atti demaniali Macchia Valfortore, busta N. 1, fasc. N. 2).

  

GIOVAN  FRANCESCO (2/2/1673 – 2/3/1707)

Viene indicato dagli studiosi come quarto marchese di Pietracatella, titolo che del resto gli viene attribuito in alcuni atti notarili.

In realtà egli premorì al padre e in un atto del notaio Recchia Giuseppe di Pietracatella del 14 maggio 1727 si legge “… esso signor marchese D. Giuseppe Maria … erede delli quondam D. Giuseppe Ceva Grimaldi fu marchese di Pietracatella, e D. Giovan Francesco Ceva Grimaldi suoi rispettivamente avo e padre …”.

Inoltre nel Cedolario di Capitanata vol. 35 fol. 270 e seg. viene indicato come possessore delle terre di Matrice, Gambatesa e Macchia e non di Pietracatella intestata al padre Giuseppe.

Insieme al cugino Bartolomeo duca di Telese, partecipò alla congiura di Macchia, detta così da Gaetano Gambacorta principe di Macchia che ne aveva assunto le redini.

Tale congiura che si proponeva di proclamare re di Napoli l’arciduca Carlo d’Austria secondogenito dell’imperatore Leopoldo fallì e Giovan Francesco fuggì a Venezia nel campo del principe Eugenio di Savoia.

A Pietracatella il 26 agosto 1700, come dimostra l’attestato dello arciprete Filippo Pasquale nel vol. 1 dei matrimoni pg. 45, sposò Sinforosa Mastrogiudice figlia primogenita di Luigi marchese di Montorio.

I capitoli matrimoniali furono redatti il 1 maggio 1700 davanti al notaio Onofrio Armenta di Napoli e ratificati il 21 dello stesso anno dal notaio Liberatore Emanuele di Civita Campomarano.

Tali capitoli prevedevano la seguente dote:

-14.000 ducati

-il feudo di Montorio con annui ducati 59, tarì 4, grana 8 e un quarto di fiscali

-la quarta parte delle doti della madre Beatrice Carmignani di ducati 11.000, dedottane la decima a disposizione della marchesa.

In cambio Sinforosa faceva formale rinuncia al “maiorato” e ad ogni pretesa sul patrimonio del padre il quale con atto notaio Onofrio Armenta di Napoli del 14 maggio 1699 aveva nominato erede di tutto il patrimonio, dedottane la legittima per le figlie, il primo figlio maschio che gli fosse nato e, in mancanza di questo, il primo figlio maschio del fratello Antonino.

Luigi Mastrogiudice poi, non avendo avuto figli maschi e avendo bene analizzato il testamento del suo avo don Matteo Castelletti, stipulato il 29 giugno 1659 dal notaio Francesco Antonio dell’Aversana di Napoli, conservato dal notaio Aniello Vetrano di Napoli, che fissava l’inalienabilità dei feudi di Bonefro e Montelongo e del fideicommissio di 50.000 ducati da tramandarsi di primogenito in primogenito non necessariamente di sesso maschile, con atto del 22 maggio 1720 per notar Pietro Antonio Leone di Celenza Valfortore annullò ogni precedente decisione retrocedendo a favore della figlia “le ragioni di primogenitura con tutte le altre ragioni, azioni e pretensioni per essa signora D. Sinforosa renunziate e cedute in beneficio di esso signor Marchese suo padre nei di lei capitoli matrimoniali … Pertanto da oggi le terre di Venifro e Montelongo con i loro corpi, beni, ragioni e giurisdizione passino quanto feudali nell’utile dominio, quanto ai bugensatici nel pieno dominio e possessione di detta Sinforosa”.

Egli però pretese che la figlia lo nominasse “procuratore irrevocabile per l’esercizio e l’amministrazione della giurisdizione e percezione dei frutti di detti feudi e terre” e per evitare ogni possibile contestazione chiese ed ottenne in data 20 marzo 1721 il Regio Assenso.

Divenuta Sinforosa Marchesa di Montorio, ben presto cominciarono gli scontri con l’Università, tanto che questa in data 8 giugno 1736 presentò al Sacro Regio Consiglio una supplica contro i seguenti abusi commessi dalla feudataria:

-Consentiva la fida a forestieri in alcuni territori demaniali costringendo così gli abitanti del posto a portare i loro animali a pascolare altrove;

-proibiva ai cittadini di tenere forni e taverna;

-pretendeva da ciascun colono un carro di paglia e da ciascun bracciante un carlino all’anno;

-richiedeva la restituzione di alcuni territori che erano stati trasformati da “silvestri e incolti” in campi coltivati pagando alla suddetta il dovuto terraggio;

-si intrometteva nell’elezione degli Ufficiali dell’Università;

-si impossessava dei frutti del Molino;

-permetteva che gli Ufficiali della Corte esigessero diritti superiori a quelli stabiliti nella Pannetta;

-costringeva i cittadini a lavorare per lei senza ricompensa.

La Marchesa replicava che la fida ai forestieri si era sempre fatta; che il forno e la taverna facevano parte dei corpi feudali e pertanto era suo diritto proibire quelli privati; che per tradizione antichissima ogni contadini dava un carro di paglia ed ogni bracciante un carlino; che i contadini che per tre anni non coltivavano i terreni loro dati ne perdevano il diritto e i proprietari potevano disporne a loro piacere; che in cambio dei frutti del Molino l’Università aveva ottenuto tutta la rendita degli erbaggi della Difesa compresa la terza parte spettante alla feudataria; che non aveva nessuna difficoltà a ordinare il rispetto della Pannetta e mai si era intromessa nella nomina degli Ufficiali; che non aveva costretto i suoi vassalli a lavorare senza ricompensa ma anzi aveva assunto più gente del dovuto mossa a pietà dalla loro miseria.

La querelle andò avanti per vari anni finchè “considerato quanto lungo e dispendioso sarebbe stato il proseguimento di dette liti e desiderando tanto la Signora Marchesa, come affezionata verso i suoi vassalli quanto li cittadini come ossequiosi e rispettosi vassalli verso detta Signora Marchesa … ed anche su la considerazione della commune quiete e vivere con quella reciproca pace, armonia e concordia che tra Padroni e Vassalli deve sempre regnare”, nel luglio del 1742 si arrivò ad un accordo che si riporta integralmente tra i documenti (Atto Notaio Giovannelli Francesco di Montorio del 26 agosto 1743).

Giovan Francesco e Sinforosa ebbero sei figli nati tutti a Pietracatella (Vol. 1V dei nati, pg. 100, 112, 118, 125, 135, 140):

-Giuseppe nato il 24 agosto  1701 e morto all’età di due mesi

-Diego Francesco nato l’16 luglio 1702, morto all’età di otto mesi

-Giulia nata il 10 giugno 1703 monaca in San Francesco di Napoli con il nome di Maria Diodata

-Beatrice nata il 16 luglio 1704 monaca in San Francesco di Napoli con il nome di Maria Silvana

-Giuseppe Maria nato il 16 agosto 1705, il futuro marchese di Pietracatella

-Diego Francesco nato il 2 agosto 1706. Ebbe dal padre un lascito annuale di 500 ducati al compimento del 18° anno. Con atto per notaio Recchia G. di Pietracatella del 16 aprile 1727, mantenne per sé solo 200 ducati rinunciando agli atri 300 in favore del fratello Giuseppe che in cambio si impegnò a provvedere al suo mantenimento e a fornirlo di cameriere, servitore e cavalli a proprie spese. Ebbe anche per testamento materno un vitalizio annuo di duecento ducati. A tale proposito va ricordato che, come risulta da un atto stipulato il 2 ottobre 1741 dal notaio Givannelli F. già citato, dovette scegliere tra il lascito di cui sopra, e a questo andò la sua preferenza, ed un altro relativo al possesso di tre mulini ad acqua a Bonefro. Diego Francesco era ancora vivo nel 1744 ma in precarie condizioni di salute. Infatti nell’atto del notaio Massa Vincenzo di Pietracatella del 19 dicembre 1744 contenente il suo testamento, viene indicato “in letto sano di mente e infermo di corpo” tanto che il notaio per rogare l’atto è costretto a recarsi con i testimoni a Bonefro nel palazzo di proprietà di Diego che nomina suoi eredi i nipoti Francesco e Mariano e, data la loro minore età, curatori i genitori, cioè il fratello Giuseppe Maria, marchese di Pietracatella e la cognata Angela Pisanelli. Agli eredi lascia “… tutti li miei beni presenti e futuri, mobili, stabili e semoventino, iussi, ragioni, successioni, nomi debitori, oro, argento, mobili, suppellettili ed altro”.

Stabilisce anche alcuni legati:

-alla Confraternita del Purgatorio di Napoli 100 ducati “a fine di porre quelli in capitalee dalle annualità che se ne avranno se ne debbano far celebrare tante messe piane in perpetuum per salute dell’anima mia e secondo la mia intenzione”

-a Giuseppe di Gennaro 20 ducati

-“al signor Marchese mio fratello, alla signora Marchesa mia cognata e al Merchesino mio nipote tomola cinquanta per ciascheduno”

-alle sorelle suor Diodata e suor Silvana monache nel monastero di S. Francesco di Napoli 100 ducati “acciò pregano Dio per la salute della mia anima”

-al cameriero Francesco Fiorillo un anno e mezzo di salario oltre “la biancheria e i miei servizi ordinari”

-al cocchiere Gaetano il cavallo di “minore qualità mentre gli due migliori siano dei miei eredi”

-al servidore Carlo Picchione tomola cinque di grano

“Quali legati si debbono adempiere prima dell’anno, dopo la mia morte”.

Chiede inoltre di essere sepolto a Bonefro mella Chiesa di S. Maria delle Grazie del Convento dei Padri Conventuali “accompagnato con debite esequie e funerale, giusta la mia condizione, e si dica la messa cantata e solenne da tutti gli sacerdoti e padri”.

Giovan Francesco morì il 2 marzo 1707 e il suo testamento redatto dal notaio Ignazio Palomba di Napoli il 4 novembre 1706 fu aperto dallo stesso notaio il 14 marzo 1707.

La moglie Sinforosa morì il 25 marzo 1743. Il 1 aprile 1741 aveva fatto formale donazione per atto notaio Pietro Falcone, a favore del figlio Giuseppe Maria, marchese di Pietracatella, di tutti i suoi beni feudali, burgensatici e allodiali comprendenti questi ultimi, tra gli altri: circa 12.000 ducati; settanta libbre di argento così descritte:”un bacile coll’acqua a mano col suo boccale, quattro piatti mezzani, sedici piatti piccoli, due sottocoppe, uno sfrattatavola, una giara indorata per acqua, un sicchietto liscio, un bicchiere, due cucchiaroni di scalcaria, tre coltelli con manici d’argento per scalcaria, dodici posate coi loro coltelli con maniche d’argento, otto candelieri con due smoccolatori, due salere, quattro chiccare coi loro piattini, un barilotto piccolo, un piattino con tutti i finimenti da scrivere, cioè calamaro, polverino e campanello, sei giarre con sei cucchiaini”; oro e gioielli:”Quattro fila di cateniglia d’oro, una crocetta e un paro d’orecchini di diamanti, un altro paio d’orecchini di smeraldi con grossi pendenti anche essi di smeraldi, un altro cannacchino di tre fila di perle, due anelli di oro con diamanti e rubini”; animali di vario tipo e più precisamente 729 pecore, 128 capre, 18 buoi per arare, 40 maiali, vacche, giumente e cavalli.

Nella donazione erano previsti anche i seguenti lasciti, oltre a quelli già menzionati al figlio Diego e alla nipote Emanuela:

-50 ducati alle sorelle Rosa e Diana suore nel monastero di S. Potito di Napoli

-30 ducati annui alle figlie, suor M. Diodata e suor M. Silvana, monache nel monastero di S. Francesco di Napoli

-100 tomola di grano a testa a D. Giocomo e D. Anna Falanco, figli della sorella Fulvia

-100 tomola di grano all’arciprete di Bonefro, don Giovanni Baccari e a don Giacomo Baccari

-100 tomola di grano a Francesca Baccari, sua damigella e inoltre “un letto consistente in due materassi pieni di lana, quattro cuscini, quattro lenzuola ordinarie, due coperte una di mantacardata e l’altra di bombace bianca coll’altra metà delle biancherie di essa signora Marchesa di quelle lasciate a detta signora Emanuela che dovrà scegliere la parte migliore e più fine

-100 tomola di grano ad Annuccia Leccese

-10 tomola di grano ai servitori come gentiluomo, ripostiero, lacchè e cuoco

-6 tomola di grano alla femmina di servizio.